Panoramica del Progetto
“Il Viaggio” è nato come un progetto di ricerca focalizzato sulla presenza e sulle esperienze dei migranti africani nella città di Verona, dal 1976 fino ai giorni nostri. Quello che era iniziato come un piccolo studio esplorativo si è evoluto in un’indagine profonda e multiforme, guidata dalle storie e dalle motivazioni condivise dai nostri intervistati. Il progetto, avviato nel 2013, continua a stimolarci grazie alla ricchezza delle esperienze che abbiamo portato alla luce.
Cronistoria del Progetto:
Inizio 2013:
Dopo aver completato un corso di regia presso la New York Film School Direct, desideravo mettere alla prova le mie nuove competenze. Quello che era partito come un semplice progetto di ricerca sulla migrazione africana a Verona si è rapidamente trasformato in qualcosa di molto più significativo. Le storie condivise dalle persone che abbiamo intervistato erano così potenti che non potevamo fermarci. Il progetto si è sviluppato in modo organico in quattro sezioni distinte:
- Il Viaggio – Gli africani a Verona
- Veronetta – Nuovi volti di un quartiere
- Il Colore dei Nostri Figli
- Noi Rifugiati
Mentre avanzavamo con risorse limitate, abbiamo riscontrato un crescente sostegno e interesse sia all’interno della comunità africana che della società italiana, oltre che da diverse istituzioni culturali. I video prodotti sono stati proiettati in numerosi atenei — tra cui l’Università di Verona, l’Università di Padova, l’Università di Brescia e Gorizia — dove hanno promosso dibattiti di grande valore. Queste proiezioni non solo ci hanno incoraggiato, ma hanno confermato che la società italiana era fortemente interessata alle storie che stavamo raccontando.
Questi eventi hanno offerto ai migranti africani la piattaforma per condividere le loro esperienze spesso inascoltate, fornendo una prospettiva nuova sull’immigrazione nel Nord Italia. La domanda ora è: vuoi ascoltare queste storie potenti e spesso inascoltate? Vuoi capire perché questi cittadini africani hanno lasciato le loro case e hanno viaggiato verso il Nord Italia dal 1976 a oggi? Quali sfide hanno affrontato e perché alcuni scelgono ancora di rimanere?
Parte 1: Il Viaggio – Gli africani a Verona

Hamid Barole, poeta e scrittore eritreo
Questa è la prima parte del progetto e il suo obiettivo era analizzare le esperienze dei primi migranti africani a Verona e nel Veneto negli ultimi 30-43 anni. In questa sezione del progetto, ascolterai direttamente dai protagonisti stessi, attraverso la lettura del libro “Il Viaggio – Gli africani a Verona”, i motivi per cui hanno lasciato i loro paesi d’origine per l’Italia, cosa si aspettavano e cosa hanno effettivamente trovato al loro arrivo.

“Siamo arrivati qui partendo da zero. Non avevamo nulla. Perfino il primo amico che ci siamo fatti, ce lo siamo fatto da soli, grazie al nostro sforzo personale. Quindi, per cominciare, non avevamo nemmeno un amico.”
Perché “Il Viaggio”?
Questa narrazione è di fondamentale importanza come esperienza migratoria. Potrebbe sembrare che stiamo parlando semplicemente di un piccolo gruppo di cittadini africani che si sono trasferiti nel Nord Italia per libera scelta. Cosa ci potrebbe essere di così interessante? In realtà, è qualcosa di infinitamente più profondo, e lo scoprirai tu stesso.
Se presti la dovuta attenzione a questa storia, troverai inevitabilmente una parte di te al suo interno, a prescindere dal fatto che tu sia un migrante o meno. E naturalmente, se comprendi davvero cosa si intenda per migrazione umana, saprai che non esiste persona sulla Terra oggi che non sia legata alla migrazione in un modo o nell’altro. Quindi, questa storia non riguarda soltanto un gruppo ristretto di persone: riguarda tutti noi.
Momenti catturati in fotogramma
Alcune immagini del progetto

Beyene Zerazion, “Eritreo, medico oculista” — con i suoi amici davanti all’Arena di Verona

Charles Ani, “Nigeriano, architetto” — con i suoi compagni di università durante gli anni di studio

Jean François, “Imprenditore ivoriano” — con i suoi amici durante una festa

Osifo Robert, “Nigeriano, ex Presidente dell’Associazione Nigeriani a Verona” — nella sua abitazione
Parte 2: Nuovi Volti di un Quartiere
L’obiettivo della seconda parte del progetto era esplorare i territori in cui è rimasta la maggior parte dei primi cittadini africani al loro arrivo. Volevamo analizzare quali reali trasformazioni si fossero verificate nel corso degli anni. È stato inoltre fondamentale prestare la massima attenzione alle dinamiche preesistenti, per comprendere il tipo di dialogo presente nei diversi quartieri prima dell’arrivo dei flussi migratori.
Perché questa strategia? Volevamo mettere a confronto i contesti. In gran parte dei casi, la presenza dei migranti non ha alterato la natura del dialogo sociale, che si presentava già frammentato a causa di una popolazione residente disomogenea e priva di reali reti di vicinato.
In questa narrazione abbiamo raccolto le testimonianze sia dei migranti che dei residenti storici, documentando come l’insediamento della diaspora abbia talvolta accentuato le frizioni locali, ma anche mettendo in luce i virtuosi processi di fusione interculturale.
Esempi emblematici come Veronetta a Verona, l’Arcella a Padova e i quartieri limitrofi di Vicenza dimostrano come le comunità abbiano imparato a convivere valorizzando le proprie differenze nel corso dei decenni.

Danielon Marco
«La tipologia di dialogo presente nel quartiere era tale per cui la questione dell'”altro” non rappresentava un tema: non si riteneva necessario porsi il problema di “chi fosse diverso” da noi. È vero che stiamo parlando di Veronetta, ma credo che possiamo estendere tranquillamente questo concetto ad altri quartieri in Italia e nel mondo occidentale in generale.
Per molto tempo le persone hanno vissuto secondo questa visione d’insieme, perché siamo stati educati sulla base di un’identità individuale; di conseguenza, il dialogo tra individui diversi ha incontrato la sua difficoltà iniziale proprio sotto questo aspetto.»

Marcelino Marrundo
«La gente non è curiosa. Uno dei problemi è proprio questo: la mancanza di curiosità nel conoscere gli altri, nel capire come “l’altro” (lo straniero) viveva nel suo paese… che tipo di cibo mangia, che lingua parla per comunicare…?
La popolazione locale non è interessata a questi aspetti, e non perché manchi della capacità intellettuale per comprendere certe dinamiche, ma semplicemente perché non ha l’interesse di sapere. Il punto è tutto qui.»

Pierluigi Grigoletti
«Le stesse persone che vivevano qui da molto tempo non si parlavano tra loro, anche nel posto in cui sono nato. Verona e la sua provincia non sono certo famose per la molta socievolezza.
Come gli altri, anch’io avevo una percezione negativa, una sorta di autodifesa dettata dall’idea che ci sia sempre qualcuno pronto a toglierti qualcosa… di conseguenza, non si parla con chi non si conosce, e nemmeno gli altri facevano molto per avviare per primi un processo di dialogo.
Inoltre, quando i primi migranti sono arrivati sul territorio, molti di loro erano evidentemente diversi da noi e non comprendevano bene la lingua italiana.»

Moustapha Wagne
«La gente non rende conto del fatto che questo quartiere è un vero e proprio laboratorio per chiunque sia interessato a comprendere il fenomeno dell’immigrazione… A Veronetta si vedono tipologie di persone del tutto differenti.
C’è un’alta concentrazione di individui provenienti da contesti culturali diversi, quindi vergogna a chiunque provi paura per questo. Il vero pericolo risiede nel fatto che, se noi genitori abbiamo un problema, questo cade automaticamente sui nostri figli.
Se si osserva con attenzione, si noterà che alcuni di questi ragazzi — ghanesi, nigeriani, senegalesi, marocchini — formano continuamente dei gruppi tra loro e parlano tra di loro.»
Parte 3: Il Colore dei Nostri Figli
Questa storia è stata ispirata da un spiacevole episodio avvenuto nella provincia di Vicenza circa 30 anni fa. Quell’atto di discriminazione ai danni dei figli di immigrati africani nelle scuole del Veneto e d’Italia è diventato, per alcuni, un evento ormai dimenticato.
Ripercorrendo quel fatto vecchio di trent’anni e allargando lo sguardo sulle città venete di Verona, Vicenza e Padova, appare chiaro come l’esito non sia quello che ci si aspetterebbe: la vicenda e le relative esperienze non sono rimaste isolate a Vicenza o al Veneto, e per quanto riguarda la società italiana in generale, non molto è cambiato nel corso degli anni.
Questa storia è stata la prima che abbiamo scorporato dal progetto originale e affronta un elemento critico del sistema educativo italiano: la discriminazione dei bambini non italiani all’interno della scuola.
Oggi qualcosa è indubbiamente cambiato, non c’è dubbio. Tuttavia, questa parte del progetto è rimasta fondamentale per noi per comprendere come siamo arrivati alla situazione attuale e per valutare quanto le cose siano realmente cambiate.
La ricerca è stata concepita per analizzare l’ambiente scolastico italiano e ha raccolto le voci di dirigenti scolastici, insegnanti, genitori, assistenti sociali e degli studenti stessi, con un obiettivo preciso: definire cosa stia realmente accadendo riguardo alla diversità culturale nelle scuole del Nord Italia.
È probabilmente il tema più caldo di tutto il progetto e siamo orgogliosi di averlo affrontato, portando il nostro contributo a questo dibattito.

Ethiel France – la protagonista principale di questa storia
«Dovevo iniziare le scuole elementari perché ero arrivata qui a Vicenza all’età di 5 anni e mezzo, quasi 6. All’epoca, mio padre era stato da poco coinvolto in un grave incidente e non poteva fare molto. Mia madre era appena arrivata in un posto che non conosceva bene e lottava ancora con la lingua italiana, quindi ci affidavamo quasi del tutto a suo cugino a Vicenza per aiutarci e accompagnarci ovunque dovessimo andare. Ricordo che andai con i miei genitori in municipio per preparare la mia iscrizione alla scuola elementare…
La persona che incontrammo in municipio fece tutto il necessario e ci disse di andare dal sacerdote che dirigeva la scuola della città. Andammo felicemente da lui, ma proprio lì la nostra giornata si gelò per la sua reazione. Disse a mia madre: “Purtroppo mi spiace, non posso accettare sua figlia in classe perché è di colore…”. Il sacerdote motivò la decisione spiegando che voleva evitare difficoltà ai bambini italiani, i quali, non avendo mai visto una bambina africana prima di allora, avrebbero trovato difficile socializzare con me.»
Immagina di essere questa giovane donna
Cosa ti passerebbe per la testa in quel momento? È esattamente per questo che abbiamo incluso questa storia nella nostra ricerca: per innescare una riflessione profonda sull’impatto emotivo del pregiudizio nei momenti più decisivi della vita.
«Perché vengo giudicata prima ancora di avere una possibilità?»
Ethiel ha probabilmente provato una fiammata di confusione e dolore. L’inizio della scuola avrebbe dovuto essere un momento di gioia ed entusiasmo. Al contrario, le parole del sacerdote sono suonate come una barriera ingiusta, negandole un’opportunità fondamentale a causa del colore della sua pelle.
«In che tipo di mondo sono capitata, dove vengo giudicata per il mio aspetto?»
Il rifiuto del sacerdote ha innescato in Ethiel un profondo senso di alienazione. Un’esperienza che l’ha portata a chiedersi se la società italiana l’avrebbe mai accettata per ciò che era, o se sarebbe sempre stata definita da un elemento esteriore impossibile da cambiare.
«Perché mia madre deve lottare contro il pregiudizio solo per farmi studiare?»
Ethiel deve aver provato una stretta al cuore per sua madre, che già affrontava l’impatto con un nuovo Paese e una lingua sconosciuta. Vederla costretta a combattere per un diritto primario come l’accesso all’istruzione — dovendosi scontrarsi con il razzismo — è stata una ferita profonda.

Mariluisa Damiani
Docente e ricercatrice sul multiculturalismo e la diversità culturale nel sistema scolastico.
«Nella maggior parte dei casi, i bambini vivono le diversità all’interno delle scuole come un fatto del tutto naturale. Tuttavia, esiste una sostanziale differenza tra il modo in cui la vivono nell’ambiente scolastico e come la percepiscono in termini di identità culturali. Nelle aule, la diversità culturale è diventata un’attitudine quotidiana, dal momento che sono gli stessi ragazzi provenienti da altri Paesi a trovarsi a convivere con compagni dalle origini più disparate.»

Giorgio Santarello
Direttore del Settore Lavoro e Formazione della Provincia di Padova (al momento dell’intervista).
«I programmi delle nostre scuole sono stabiliti dal Ministero dell’Istruzione a Roma e non possono essere modificati, se non in minima parte. Hanno persino rimosso lo studio della geografia dalle scuole secondarie di secondo grado… non ne comprendo il motivo e non la ritengo una scelta felice. Seguendo le direttive ministeriali, i margini di manovra sono davvero risicati. Credo che le Regioni possano chiedere al Ministero di introdurre specifici percorsi formativi, ma non so esattamente quali siano gli effettivi spazi di intervento regionale.»

Domenico Martino
Direttore dell’Ufficio Scolastico Territoriale di Vicenza (al momento dell’intervista).
«A Vicenza operano nove reti di scuole con progetti dedicati all’integrazione. All’inizio, l’offerta formativa era orientata a fornire un supporto linguistico di base; oggi, vista la massiccia presenza di seconde generazioni e cittadini stranieri sul territorio, la proposta si è evoluta per preparare i ragazzi all’ingresso nel mercato del lavoro. In ogni caso, la compresenza di più culture non rappresenta soltanto una sfida per la scuola, ma costituisce un arricchimento e una spinta fondamentale alla mediazione.»

Ezenwa Jennifer Ngozi
Mediatrice culturale nigeriana a Verona.
«C’è stato un bellissimo esempio con mia figlia, che frequentava la terza elementare. Stavamo leggendo il suo libro, che conteneva alcuni brevi racconti sulle vacanze. A un certo punto si è fermata e mi ha detto: “Mamma, oggi a scuola abbiamo letto questa storia sulla Nigeria, di alcuni bambini che andavano a scuola lì, del cibo e del moimoi…”. Mentre me lo raccontava, potevo vedere l’entusiasmo dipinto sul suo volto.»

Ernesto Passante
Dirigente scolastico degli istituti di Veronetta, Verona (al momento dell’intervista).
«I docenti si aspettano principalmente due cose dai genitori. La prima è che condividano i valori proposti dalla scuola, l’importanza della frequenza e l’apprendimento di ciò che serve per vivere meglio. La seconda è che siano presenti accanto ai figli per aiutarli nello studio, perché talvolta i ragazzi vengono lasciati soli di fronte alle esigenze scolastiche che non sanno ancora gestire.»

Cadigia Hassan
Mediatrice culturale e giornalista a Padova.
«Da madre, ho l’impressione che la scuola sia attrezzata per accogliere bambini di diversa origine culturale. Ad esempio, ci sono mediatori culturali che accompagnano il percorso educativo e percorsi doposcuola dedicati ai ragazzi che non padroneggiano ancora bene la lingua italiana.»
Parte 4: Noi Rifugiati – Verona 2016
Questa è la quarta parte del progetto ed è anch’essa di fondamentale importanza. È la sezione che esprime, più di ogni altra, la dimensione politica della nostra storia.
In questo modulo abbiamo esplorato un fenomeno migratorio nuovo, profondamente diverso da quello che studiavamo dal 2013. A un certo punto abbiamo compreso che la realtà era molto più complessa di quanto avessimo ipotizzato e abbiamo deciso di coinvolgere esperti in grado di fornire risposte rigorose alle nostre domande.
Per queste ragioni, oltre alle voci dei rifugiati africani che hanno raccontato le loro storie di sopravvivenza — “dal deserto africano alle torture in Libia, fino alla traversata tra la vita e la morte nel Mediterraneo verso l’Italia” — ascoltiamo le analisi di politici, docenti universitari e giornalisti, chiamati a contestualizzare ed interpretare questo capitolo della nostra storia.
Ecco alcuni dei contributi video della conferenza del 2016 presso l’Università degli Studi di Verona
Evoluzione Finale del Progetto
Potresti chiederti: «Cosa succede ora che abbiamo completato la quarta parte del progetto?». Ebbene, Noi Rifugiati non è il capitolo finale. In realtà, il titolo stesso del progetto, Il Viaggio, ha sempre suggerito ciò che sarebbe venuto dopo. Un viaggio è un processo continuo, in perenne movimento verso una destinazione.
Grazie ai preziosi riscontri e alla ricchezza di esperienze accumulate in anni di ricerca, il progetto si è evoluto in una piattaforma online dinamica. La forza propulsiva rimane la stessa: un’irrefrenabile curiosità e un impegno incrollabile nel raccontare storie.
Obehi Ewanfoh, fondatore e direttore del progetto, ha ampliato questo percorso lanciando l’Obehi Podcast nel 2019, AClasses Media e diversi libri ispirati alle sue esperienze. Attraverso questi canali, continua a interagire con i membri della più ampia comunità della diaspora africana.
